10 Ottobre 2006
GAZZETTA DI PARMA


INTERVISTA - Il capogruppo del settore all’Upi, Ermanno Morini, sottolinea l’aumento degli ordinativi e del fatturato anche se crescono i costi per le materie prime. In forte ripresa anche la Procomac.

La corsa non è ancora impetuosa, ma è indubbio che negli ultimi mesi i segnali di ripresa economica si sono visti anche a Parma, in particolare sul fronte delle esportazioni. Non fa eccezione l’impiantistica alimentare, uno dei settori chiave della nostra economia.
Con Ermanno Morini, capogruppo del settore all’interno dell’Unione Parmense Industriali, tastiamo il polso a un comparto che fattura nella nostra provincia circa 1850 mln di euro (quasi la metà all’ estero) e conta oltre 8 mila dipendenti.

Come si presenta la situazione dell’impiantistica alimentare parmense nel 2006?
Il quadro generale, dopo un paio d’anni di stasi nei quali il calo era generalizzato sia nei singoli settori che nei mercati mondiali, segna una ripresa importante, con crescite medie fra il 5 e il 20% del fatturato e punte che si spingono fino al +30%.

Con quali prospettive?
Gli ordini sono il segnale più positivo, in certi casi si arriva già a coprire il 50% degli ordinativi per il 2007.

L’export resta importante. In quali aree in particolare?
Tra le macroaree di sviluppo trainanti figura senz’altro il Nafta, ovvero tutto il Nord America, ma anche l’Europa, il Far East e in particolare le ex repubbliche sovietiche. In ritardo, invece, il Centro America.

Per quanto riguarda gli occupati?
La situazione è buona, sostanzialmente stabile.

Fin qui i segnali positivi. Ci sono zone d’ombra?
Il problema resta la marginalità, ancora ridotta, ma è naturale che ci voglia del tempo quando il mercato inizia a riprendersi.

Il costo delle materie prime, dall’energia ai metalli, è cresciuto costantemente negli ultimi mesi a livello globale. Quanto incide nel vostro settore?
Il peso delle materie prime è rilevante. Pensiamo ad esempio che il costo dell’acciaio 316, uno dei più pregiati e più utilizzati, è raddoppiato. E l’ incidenza sul prodotto finale può essere di diversi punti percentuali. Non solo: oggi bisogna misurarsi anche con le difficoltà di approvvigionamento perché la Cina ne assorbe quantità sempre maggiori.

A proposito, i cinesi continuano a copiare gli impianti alimentari più avanzati?
I cinesi copiano, certo, ma non era stata questa l’unica causa del calo dei mercati. E poi la Cina oggi sforna ingegneri, ha capacità di sviluppo interno e se da un lato resta un potenziale pericolo, dall’altro è un mercato appetibile per le tecnologie sofisticate.

In questo contesto la sua azienda, la Procomac, come si sta comportando?
Anche Procomac sta vivendo una forte ripresa che conferma la nostra leadership nell’asettico (anche quest’anno varrà il 60% del nostro fatturato), un settore dove gli altri competitors sono ovviamente Tetra Laval - presente anche a Parma - e i tedeschi. Noi esportiamo quasi tutto, particolarmente in Nord America, nell’Est Europa e nel Sud Est-asiatico.

L’azienda di Sala Baganza da alcuni mesi ha un nuovo direttoregenerale, Giorgio Migliari (ex Pirelli Cavi e Parker Hannifin), che commenta positivamente l’andamento del gruppo.
Nell’ultimo anno – sottolinea Migliari – Procomac ha registrato un boom degli ordini con cifre mai raggiunte prima nella sua storia: a fine agosto c’erano ordini per 132 milioni di euro. La chiave resta l’ investimento in ricerca e sviluppo, dove impieghiamo circa 90 dei 500 dipendenti del gruppo.

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